Bibliometria e Anvur vita o morte della ricerca? Le riflessioni del professor Luca Michelini

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo le riflessioni del prof. Luca Michelini in relazione a questo tema, nella speranza anche di alimentare un confronto e un dibattito tra i soci.

Bibliometria e Anvur “bibliometrico” come morte della ricerca e della libertà di pensiero nell’ambito
della storia del pensiero economico e delle scienze sociali?
di Luca Michelini

1. Premessa: le riflessioni che seguono sono da considerarsi come fortemente problematiche. Più
precisamente, si tratta di una serie di domande che vorrebbero sollecitare una riflessione non solo
nell’ambito della disciplina che pratico.
Non è secondario specificare l’esperienza particolare della mia disciplina, la storia del pensiero
economico, di area 13: per quanto piccola per numero di strutturati e di cultori – meglio: proprio
perché piccola – essa infatti è un caso di studio emblematico. Sia per le conseguenze che possono
avere sulla ricerca, e sulla sopravvivenza stessa della disciplina, i criteri di valutazione adottati, sia
perché, ritengo, quanto avverrebbe per il suo caso preannuncerebbe ciò che potrebbe avvenire per
tutte le scienze sociali. Basterebbe dare una rapida scorsa ai cambiamenti intervenuti nella lista
delle riviste “eccellenti” (classe a) di altre aree (dalla 10 in su) per capire che la sorte della storia del
pensiero economico potrebbe toccare ben presto appunto altre discipline di altre aree.
Ultima importante premessa: il titolo sottolinea come potrebbe essere un certo tipo di valutazione
a diventare, con tutta probabilità, uno strumento di morte della libertà di pensiero: non ho nulla in
contrario alla valutazione, ma mi sconcertano i suoi criteri attuali e, non di meno, i sui suoi attuali
scopi.
2. Ebbene è accaduto un fatto nuovo, di cui opportunamente ha dato notizia la SISE: Phil Davis
informa (si veda qui) che a causa di comportamenti collusivi – collusivi sul piano citazionale, se non
sbaglio terminologia: da ora in avanti con “collusivo” intendo sempre “sul piano citazionale” – tre
riviste di storia del pensiero economico sono state escluse da WOS. Più in particolare mi sembra di
capire che una rivista del settore avrebbe favorito altre due riviste del settore. Le quali, dunque,
sembrerebbe siano state “sanzionate”.
Conoscendo le riviste e le problematiche italiane della valutazione, mi pare che vi sarebbero diverse,
fondamentali questioni da affrontare. Le elenco schematicamente.
3. Sembrerebbe, anche da quanto scrive (in calce all’articolo di Davis) il direttore della rivista che
avrebbe favorito le altre due riviste, che vi sia un “colpevole” inconsapevole e due “vittime ignare”,
che dunque avrebbero subito un “danno” (le virgolette non sono citazioni ma icastiche sintesi del
ragionamento proposto). Mi chiedo, tuttavia, se non sia implicito che, se di comportamento
collusivo si trattasse, sia il “carnefice” che la “vittima” – mi scuso per la terminologia triviale, alla
quale mi sentirei spinto da questa logica delle cose – dovrebbero in qualche modo subire una
“sanzione”; ammesso e non concesso che questo tipo di comportamenti debba avere una sanzione
differente da quella scientifica e ammesso e non concesso che la scienza debba occuparsi di
strategie citazionali.
4. Ciò che potrebbe accadere sul piano pratico non è meno significativo di quello che sarebbe già
successo: si potrebbero cioè aprire una serie di carteggi e di rapporti volti a stabilire la “buona” o la
“mala fede” degli attori in campo o le varie specificità del caso. In ogni caso, mi chiedo: una volta
stabilito il criterio adottato per la “verifica” e per la “sanzione”, non si sarebbe invitati a considerare
qualsivoglia rapporto volto a cambiare la situazione di fatto (la sanzione), nella fattispecie dei
“rapporti collusivi”, o tentativo di rapporti collusivi? E mi chiedo se “collusivi” nell’ottica del
“verificatore” e del “sanzionatore” non dovrebbero essere considerati ogni sorta di rapporti che tra
queste riviste sarebbero intercorsi. Difficile stabilire chi sarebbe la vittima, insomma: verifica e
sanzione non aprirebbero forse una tematica vasta e complessa? Mi chiedo, infatti, se quel criterio
presupporrebbe una sorta di “codifica” di una casistica collusiva infinita e ricca di risvolti scientifici,
giuridici e morali, volta a stabilire le infinite forme capaci di “ricambiare” il fervore citazionale, oltre
che le sue motivazioni. Il dato bibliometrico, infatti, l’unico rilevabile, non presupporrebbe tutta una
serie di comportamenti a monte? Tra l’altro, mi chiedo se oggi questi comportamenti siano stati in
qualche modo almeno elencati da chi applica questo tipo di logica e di sanzioni. Inoltre, non
apparirebbe evidente che, se tale casistica volesse tramutarsi in qualsivoglia sanzione, a sua volta
base per ulteriori sanzioni da parte di altri attori, si aprirebbe l’infinito ed al momento insondabile
spazio concernete le forme adatte e legittime per stabilire “le prove testimoniali” di quelle infinite
forme? E dunque non saremmo forse posti di fronte al fatto di fare spazio a qualche cosa di ben
diverso dal “tribunale della storia”, ma che avrebbe i contorni proprio di un tribunale?
5. Nel “difendersi” le tre riviste coinvolte potrebbero enumerare una serie notevole di
argomentazioni volte a dimostrare come la “collusione” altro non sarebbe che il risultato inevitabile
della dimensione ridotta della disciplina in questione e, ancor più, degli argomenti trattati all’interno
di questa disciplina. Non è improbabile che altre riviste della disciplina, d’altra parte e proprio per il
motivo illustrato, potrebbero incappare nella problematica. Da quantitativo, allora, il discorso
diverrebbe qualitativo: il vino va sempre bevuto.
Sarebbe dunque questa l’occasione per mostrare come sia il meccanismo stesso che: o incentiva
rapporti collusivi o mostra come collusivi comportamenti che in effetti sono scientifici. Verrebbe poi
da chiedersi se nelle scienze sociali la “scienza” non implichi una qualche forma di “azioni a monte”
– si chiamino “scuole”, “baronie”, “associazioni scientifiche”, “premi nazionali o internazionali”,
“Dipartimenti”, “Università” ecc. Mi chiedo, cioè, se queste azioni non siano appunto il presupposto
della costatazione bibliometrica: e il sospetto che la domanda sia lecita potrebbe venire anche solo
leggendo alcuni commenti al testo di Davis.
6. Se queste domande sono legittime, riterrei allora inevitabile aprire il campo al dibattito scientifico
mancipo da preoccupazioni citazionali. Il dibattito, sempre scientifico, potrebbe e dovrebbe dunque
anche aprirsi a quello concernete la forma della riproduzione degli scienziati: “scuole”, “baronie”,
“associazioni scientifiche”, strumenti della “cooptazione”, “premi”, “Dipartimenti” e via
discorrendo, rapporti tra scienza e differenti forme del potere (economico, politico, amministrativo
ecc.).
In questo campo ritengo che la storia delle scienze sociali potrebbe dare un contributo davvero
notevole, perché affronta il tema, almeno in alcune sue voci, di come le idee diventino o tentino di
diventare “egemonia” utilizzando, tra l’altro (non esclusivamente, dunque), tutta una serie di
strumenti istituzionali di varia natura. Senza poi contare che le egemonie scientifiche rimandano
anche ad altri tipi di egemonie, soprattutto quando si affronta il tema del rapporto tra scienza e
società, considerata anche nelle sue differenti forme di potere. Abbiamo la fortuna di vivere nel
paese che ha dato i natali ad Antonio Gramsci (i Quaderni? Peccato, non valutabili: sono dei
manoscritti… ) e saremmo dunque immuni da qualsiasi forma di semplificazione (economicistica,
politicistica, clanista ecc. ecc.), volta a scovare nel solo ed eventuale rapporto diretto tra gli attori in
campo la prova suprema dei rapporti che stanno a monte del dato bibliometrico.
7. In ogni caso, sarebbe evidente come il meccanismo che ha generato questo episodio non
potrebbe essere utilizzato per una qualsivoglia valutazione e per qualsivoglia “selezione” che su di
essa si volesse stabilire: mi aspetterei, dunque, che almeno le riviste implicate, sebbene incanalate
in una autodifesa di merito inevitabile, cogliessero l’occasione, per il loro lato “italiano”, per essere
in prima fila nel domandare una radicale revisione dei criteri di valutazione: anzitutto chiedendo
l’abolizione della distinzione tra riviste di fascia a ed altre riviste e la rinuncia ai criteri bibliometrici
come criterio di classificazione delle riviste. Alcune delle riviste coinvolte nella sanzione vantano
autorevoli studiosi italiani, ma in questo momento non saprei dire se in passato essi si siano
adoperati e battuti per una valutazione differente da quella attuale: in ogni caso mi aspetterei che
si battessero da oggi, e sarei lieto di soprassedere sull’ineleganza del cambiamento se fino ad ora
avessero tenuto un profilo silente o addirittura favorevole alla bibliometria.
Più in generale, e prescindendo dall’episodio che ha suscitato queste mie riflessioni, mi aspetterei
che i cultori della storia del pensiero economico – a prescindere dalla loro appartenenza di “settore
concorsuale” – prendessero coscienza delle poste in gioco, battendosi coerentemente per i
presupposti della libertà di ricerca e di pensiero. E così prendendo definitivamente commiato dalla
bibliometria. Riterrei, cioè, da superare posizioni, pur legittime e comprensibili, come quella che
possiamo trovare codificata p.es. nel sito della STOREP, dove il presidente, alle pagine “valutazione”,
scrive testualmente (per altro riferendosi a riviste autorevoli, convolte nei recenti avvenimenti):
“L’Associazione Italiana per la Storia dell’Economia Politica (STOREP) intende sottoporre all’Agenzia
Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca la richiesta di includere le riviste
European Journal of the History of Economic Thought e Journal of the History of Economic
Thought nell’elenco di riviste di carattere scientifico di fascia A per il settore 13/A1”1.
8. La questione che emergerebbe da quanto accaduto, se le domande che mi pongo hanno
fondamento, sarebbe evidente che avrebbe ripercussioni che andrebbero ben oltre il merito
specifico della questione. Si dovrebbe verificare, infatti, se l’Anvur fosse intenzionata a prendere in
qualche modo in considerazione quanto avvenuto e, in caso, quali provvedimenti adotterebbe.
Non saprei inoltre come valutare, se non con uno sconcerto morale notevole e chiedendo
comunque l’aiuto di più specialisti del diritto e infine offrendo il modesto contributo degli storici per
verificare come il problema si è posto ed è stato risolto sul piano “egemonico” nel passato (esempio:
siamo nel Paese in cui la libertà della scienza e di pensiero si sono affermate con la lotta contro il
fascismo e i suoi tentativi di indirizzare le scienze sociali), il fatto che un’agenzia governativa
decidesse di fondare il proprio operato su avvenimenti “acclarati” su un piano che non è, forse,
nemmeno quello esclusivamente privatistico (la sanzione riguarda infatti l’inserimento o meno in
una banca dati privata).
D’altra parte, mi sembrerebbe anche impossibile ignorare l’accaduto, proprio perché la collusione
verificata sul piano bibliometrico potrebbe implicare altre collusioni, se le domande che ponevo
avessero un minimo di fondatezza. E ancora: sarebbe possibile elargire soldi pubblici e stabilire
abilitazioni e commissioni di abilitazione e non, sulla base di “fatti” simili e “acclarati” secondo quella
procedura? Anche se fosse possibile, sarebbe legittimo sul piano scientifico o su quello deontologico
o su quello morale?
Una cosa sarebbe certa, almeno ai miei occhi: l’Anvur dovrebbe prendere occasione dall’accaduto
per rimettere in discussione i criteri adoperati nella valutazione delle scienze sociali, a cominciare
da quelli di area 13 della storia dell’economia e del pensiero economico. Non farlo, significherebbe,
probabilmente, procedere in quella che in termini contemporanei viene definita “distorsione”, ma
che in realtà sarebbe il meccanismo perfetto per distruggere una disciplina: il cui destino, come
accennavo, sembrerebbe prefigurare quello di altre discipline.
9. Per quanto mi riguarda, oltre alla abolizione della distinzione tra “fasce” di riviste e alla rinuncia
alla bibliometria nell’ambito delle scienze sociali, l’Anvur dovrebbe aprirsi per davvero

all’interdisciplinarietà della ricerca, prendendo atto che è un fatto “acclarato” che gli storici
dell’economia (dei fatti economici e delle idee economiche) pubblicano su una pluralità notevole di
riviste appartenenti agli ambiti disciplinari (le attuali aree) i più diversi. Più in generale, mi
sembrerebbe inevitabile separare almeno le storie delle scienze sociali (e tra queste, la storia del
pensiero economico e la storia economica) da ambiti in cui la bibliometria parrebbe essere ormai
inevitabile (ma c’è qualche cosa di inevitabile in ambito scientifico?), magari raggruppandole in
un’area indipendente o almeno raggruppandole in un’area non bibliometrica e, al tempo stesso,
garantendo loro l’opportuna e salda presenza nelle classi di laurea dove risultano indispensabili:
comprese, dunque, quelle economiche. Almeno questo è il mio personale orientamento e dovrebbe
risultar chiaro il motivo da quanto ho fin qui scritto in tema di “egemonia”.
E forse potrebbe essere venuto il momento di porsi seriamente il tema dell’“accesso aperto” e così
far diventare protagonista l’Università stessa di un salto di qualità in tema di libertà della ricerca e
di pensiero. In un contesto istituzionale dove il tema della valutazione per quanto concerne le
scienze sociali, in primis per la storia in area 13, è stato posto, di fatto, su un piano di rapporti di
forza tra valutati e valutatori dove ago della bilancia sono state fatte diventare strumentazioni di
natura privata (banche dati, case editrici ecc.), è probabilmente venuto il tempo di un cambiamento
radicale delle politiche editoriali degli scienziati. Costretti, per tutelare la propria libertà di pensiero
e di ricerca da meccanismi distorcenti, a saltare l’intermediazione di quelle strumentazioni
“private”. Anche facendo venir meno il cosiddetto criterio del “doppio cieco”, che, per discipline e
argomenti molto circoscritti, di fatto non ha senso alcuno, poiché è banale identificare autore e
lettore, per quanto anonimi. Si riporterebbe così il tema della valutazione sul suo terreno naturale:
quello del merito scientifico a prescindere dal veicolo editoriale utilizzato, dalla “fama” del valutato,
dal dato bibliometrico e dalle azioni a monte che forse lo determinano.
Concludo: nelle righe precedenti ho tentato di mettere in luce una serie di problematiche che
sembrerebbero aprirsi di fronte ad un fatto nuovo e che, se fossero confermate, ai miei occhi
apparirebbero decisive.

1 http://www.storep.org/wp/en/richiesta-di-inclusione-delle-riviste-ejhet-e-jhet-nella-fascia-a-peril-
settore-13a1/